
1. Si sa, non è che proprio i Tony Awards te li tirino dietro. E se uno spettacolo ne vince ben 9 (dicasi nove!) a fronte di 14 candidature, soprattutto se i concorrenti quello stesso anno sono dei veri e propri successoni come Priscilla, Sister Act, Catch me if You Can, allora direi che il palmarès è davvero garanzia di qualità. Non basta? Ok: è all’11 posto tra i musical più longevi di Broadway. Che non è certo not a per tenere in cartellone le ciofeche…
2. Avete presente Let it go? Se non siete stati in coma dal 2010 fino a oggi difficile che il semplice titolo non risvegli nella memoria la voce di Idina Menzel che giura che il freddo non le fa nulla. Bene, uno degli autori di quel tormentone-one-one è Robert Lopez, che ha firmato anche la partitura e il libretto di questo musical insieme a Matt Stone e Trey Parker.
3. Parker & Stone sono una coppietta che te li raccomando. Prendendo in prestito il titolo di una vecchia serie tv, li potremmo definire con “Attenti a quei due”, visto che le loro dissacranti penne sono anche responsabili di South Park, il cartone animato caratterizzato da un humor nero e surreale che i benpensanti americani temono come la peste.

4. Non è che sia assolutamente necessario conoscere la religione mormone per apprezzare il musical, però certo aiuta. Breve recap: prendono il nome dal Libro di Mormon, ma in realtà il culto si chiama “Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni”, ed è stato fondato nel 1830 da un certo Joseph Smith. Mormon sarebbe un profeta biblico i cui testi sono stati rivelati da un angelo all’ineffabile John, che gli avrebbe indicato come le tavole su cui erano redatti si trovavano nascoste sotto una collina nella vicinanza della fattoria della famiglia Smith. A mezz’ora di strada da New York. No, per dire la comodità…
5. Conoscere la religione mormone non è necessario, basta quanto al punto precedente per capire che se uno dei protagonisti canta “I am a mormon, and a mormon just believes” (“io sono un mormone, e un mormone crede e basta”) intende proprio quello. Crede e basta.
6. Una buona conoscenza invece della lingua inglese e del libretto di contro aiuta eccome. I giochi di parole sono molti e a volte difficilmente traducibili. Prepararsi alla visione (cosa che in generale si dovrebbe fare a prescindere quando si assiste a uno spettacolo. Parere personale, eh?…) aiuta parecchio e aumenta il divertimento in maniera esponenziale.

7. I mormoni maschi in missione si vestono con una sorta di “divisa”, che poi è la stessa ripresa dai costumi di scena: pantaloni neri, camicia bianca, cravatta nera, capelli corti e ben curati. Sul petto una targhetta riporta il nome del missionario e la dicitura “elder”, che possiamo tradurre come “anziano”. La durata della missione è in genere di due anni, durante i quali i ragazzi vivono, a proprie spese, lontano da casa, cercando di fare proselitismo.
8. L’opening dello spettacolo, “Hello”, è dichiaratamente, dagli autori, ispirato a un numero iconico della tradizione, “The Telephone Hour”, da Bye bye Birdie, musical del 1961, quindi di 50 anni prima di The Book of Mormon. Quando si dice che conoscere la Storia del Musical non è importante…
9. Pensate a una cosa, a una qualsiasi cosa considerata intoccabile e non adatta a una presa in giro satirica. Fatto? Bene. Con tutta probabilità in The Book of Mormon quella stessa cosa è davvero oggetto di presa in giro satirica. Che si tratti di religione, sesso, salute, politica… La controindicazione è che se si riesce a ridere di ciò che avviene sul palco (bestemmione in forma di ensemble number, epidemia di Aids in Paesi africani, parodie di sacramenti eccetera) si sviluppano anticorpi alla stupidità, e ci si rende conto che ridere anche di se stessi è fondamentale. Breve aneddoto personale: non è difficile vedere mormoni in gita a New York che si sganasciano in platea.
10. Come ricordato nel servizio “I tour europei di musical: rinasce il trend?”, questo titolo potremmo paragonarlo a una rondine. Che di suo non farebbe una primavera di nuove tournée nel Bel Paese di produzioni straniere ma che, se riportasse un buon successo di botteghino, forse aiuterebbe parecchio a portare da noi titoli che viceversa difficilmente si potrebbero vedere in allestimenti italiani. E anche qui: in fondo basta crederci.
Lucio Leone
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