“Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone”. (Vangelo secondo Matteo 25,14-30)

L’Ikigai è un concetto giapponese che indica la “ragione d’essere” o “ciò che ci fa alzare al mattino”. Rappresenta l’intersezione tra ciò che ami, ciò in cui sei bravo, ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò per cui puoi essere pagato.

Se ne parla tanto, negli ultimi tempi, anche se è solo una versione semplicistica dei tre concetti millenari di Svadharma, Shimei e Ikigai.

L’Ikigai, è comunque, un sottile “compromesso” (anche se è un termine che non amo) tra la propria passione e quello che il mondo può chiedere da te, quel qualcosa che è passione, spinta vitale, o semplicemente “talento”.

Come ha affermato Gianni Solaroli, il giornalista che insieme alla collega Monica Mattiolo, ha condotto l’incontro con Graziano Galàtone, presso Oasi Life Experience in Casa Lombardia, ciascuno di noi nasce con un talento, chi per il canto, chi per la danza, chi per la musica, chi per la scrittura. Ma anche l’arte di intagliare il legno.

Si, anche tu che stai leggendo: magari lo hai già scoperto – in quello che ricordi amavi fare da bambino -, magari no.

Il talento è un seme, una forza misteriosa, un’energia insopprimibile. E prima che la vita si dispieghi nei tormenti del primo respiro, esso è lì, imperturbabile, paziente, pronto a lievitare con la complicità del tempo e a divenire arte.

Dal momento in cui ho avuto la sensazione e poi, successivamente, la consapevolezza di avere nell’anima questo seme, questa forza, quest’energia, mi pervade costantemente una gioia incontenibile, un soave stordimento interiore, una dolce felicità.

Ed una volta scoperto, il talento diventa un seme che va coltivato. E se il talento/moneta della parabola, ripreso dagli zecchini d’oro di collodiana memoria, viene seppellito e non implementato, e quindi porterà ad un impoverimento, il talento sottile, quello “seme”, quello che non è materia, ma che contiene in sé, in fieri, tutta l’energia della pianta, va annaffiato e curato giorno per giorno.

Ed allora sì, che la struttura già presente nel marmo, può trovare forma materica. Può creare BELLEZZA, quella che, forse, salverà il mondo… o semplicemente salverà il nostro mondo.

Il libro di Graziano Galàtone, dal titolo Febo, personaggio che l’artista si porta addosso, quella cotta di maglia che fa parte di lui da 25 anni, parla di questo.

Un testo, scritto con cura, arte e quella levità che ha il peso della cultura, con la collaborazione di Rocco Barulli, parla di questo.

Graziano è nato con il dono straordinario del canto, come ha dimostrato anche ieri dal vivo nella presentazione, e la sua voce, da sempre tocca bassi torniti, fino al fiato incredibile delle note più alte.

Ma Galàtone non sarebbe quello che è diventato oggi, se non avesse attraversato tante fasi della sua vita che, come rivelazioni o ponti, lo hanno portato ad interrogarsi, approfondire, studiare e migliorare, senza un cedimento, con caparbietà e abnegazione.

Dalle processioni religiosi a Palagianello, con il tamburello regalato da suo papà, ai più grandi palcoscenici del mondo, Graziano regala arte e bellezza, quella “bellezza” evanescente che è nota, musica e che rimane qualche secondo sospesa, nei non-silenzi tra una nota e l’altra.

Mi guardo dentro e ho la sensazione – netta – che vi sia, in un mio luogo immateriale, come un suggeritore, in simbiosi con me, eppure indipendente; un suggeritore con una forza superiore, che ha il potere di trasformare continuamente la mia vita e la vita delle persone che si avvicinano alla mia arte, e di lasciare, nel mondo, attraverso di me, un’impronta indelebile, immune alla fugacità del tempo. È smisurata e inebriante la gioia di un tale prodigio.

Come nel Dolce Stil Novo, a volte l’arte sembra suggerita dall’esterno, come qualcosa che già fluttua nell’aria e che solo l’artista riesce ad afferrare e maneggiare, per farne forma. D’altronde, nulla si crea e nulla si distrugge.

Emblematica la citazione di Graziano, nelle prime pagine del testo, della Lettera agli artisti del 4 aprile 1999 di Papa Wojtyla, che anche io amo citare nei miei editoriali, quella che parla della scintilla divina:

«Nella creazione artistica l’uomo si rivela più che mai immagine di Dio».

Cosa avrebbe fatto, quindi, l’uomo Graziano se non avesse incontrato la musica? Lo dice nella nostra intervista, ma forse no, non avrebbe potuto, perché non avrebbe visto fiorire il suo talento. Perché una volta che senti la scintilla della creazione, no, non puoi più tornare indietro, se non perdendo una parte di te.

Questo testo, quindi, non solo un’autocelebrazione, che potrebbe interessare ai fans di Notre Dame de Paris (ma anche di Tosca di Dalla, dei Promessi Sposi, del Principe della Gioventù o dei Tre Moschettieri).

È un “romanzo di formazione” che racconta una storia vera, un bildungsroman, per dirlo alla tedesca, che contiene una serie di riti di passaggio (ponti?) che hanno permesso a Galàtone di essere quello che è oggi.

E se i giovani spesso perdono la bussola, e ahimè, si perdono in dipendenze e fino in efferatezze, forse sarebbe il caso di e-ducarli (portarli fuori) alla loro scoperta personale, al loro talento.

Molti artisti, anche del cast attuale di NDP, tutti talenti straordinari (Cocciante è per l’Opera musicale quello che Baudo fu per la tv), hanno intrapreso questo percorso anche grazie ad esempi come lui.

Leggete questo testo e, soprattutto, portate i più giovani a teatro. Non c’è niente di meglio dell’esempio, vivo e pulsante, per sostenere i nostri ragazzi spesso così confusi.

E se avete un sogno, provateci. Galàtone ce l’ha fatta. E se qualcuno non ce la facesse, almeno.. ci ha provato ed il talento non gli sarà portato via, dalle mani del padrone.

SOTTO, L’INTERVISTA, CON ALCUNI SPEZZONI DI BRANI (i miei personali complimenti al chitarrista Mauro Borrini, che ha reso quasi hard rock anche Il Tempo delle Cattedrali).