Carla Gaviraghi, classe 1944, nonna, ha lavorato per molti anni come assistente sociale in vari contesti, comuni, cooperative, associazioni.
Carla ha scritto un libricino, dal titolo La Fragilità, il secondo suo testo dopo il primo che raccontava (cit) “la storia di mia figlia Benedetta, disabile, una creatura dolcissima che amo tanto, così come la amano mio marito e i suoi fratelli.. “.
Fragilità, un termine che pare non sia più di moda, una condizione da nascondere: un libro che è stato scritto, invece, con uno scopo particolare, quello di fare stare bene le persone attraverso la parola.
Carla, cos’è per lei la “fragilità”?
La FRAGILITÀ è vissuta come qualcosa da evitare, da bandire: il nostro mondo ci chiede di essere efficienti, sempre “all’altezza” di ogni situazione, coloro ai quali non deve mancare mai nulla: una bella casa, una bella macchina, una situazione economica di tutto rispetto, un aspetto fisico più che adeguato con capacità che permettano una buona posizione socio-economica, ed altro come avere molti amici, frequentazioni, aperitivi, cene ecc
Chi non si può permettere tutto questo è vissuto come inadeguato e quindi è come un fragile, colui che non ha un “posto” nella nostra società. Come ogni aspetto della nostra vita la fragilità invece va trattata con rispetto perché ogni persona va considerata per quello che è, da ogni punto di vista.

La fragilità è da sempre stata sua compagna di vita…
Sì, la FRAGILITA’ mi ha sempre accompagnata fin dal mio concepimento in quanto nella mia famiglia c’erano pesanti conflitti fra le due figure parentale femminili che hanno vissuto con me. Mi spiego: la nonna, mamma di mio papà, era vedova di figlio unico e fin dal matrimonio dei miei genitori ha vissuto con loro, la mamma, il papà e la nascitura Carla, io: quando sono stata concepita la nonna non ha gradito la mia venuta ma poi, quando sono nata, bella e ammirata da amici e conoscenti, la nonna ha fatto sua quella piccolina togliendo, se così si può dire, il posto che spettava alla legittima mamma, la mia mamma. Ero ormai la sua bambina, che lei presentava al mondo come, a tutti gli effetti, la “sua” . Si può immaginare la confusione che questa situazione ha provocato in me, piccolina, non mi era chiaro chi fosse la mia mamma: la nonna o la mamma legittima? Forse più che di disagio di questi primi anni, si può parlare di malessere e anche sentimento di colta per non sapere più a chi rivolgere il mio amore, quel lasciarmi andare a coccole e abbandono filale.
Ma figlia Benedetta, poi, non ha mai parlato ma ha sempre comunicato con gesti, sorrisi, strette di mano. Questo aspetto, la mancata parola, non è mai stato un problema, io ho sempre accettato Benedetta per quello che era ed è e l’ho amata proprio così, come è.. Quindi non si può parlare di parola ma di una comunicazione assolutamente non verbale, una comunicazione fatta di sorrisi, come dicevo, di sguardi dolci e di vicinanza. Una grande e tenera vicinanza.
E cos’è il Rispetto, per lei? Cosa la Dignità?
Rispetto che vuol dire per esempio rendere percorribili percorsi senza, barriere architettoniche proprio per tenere nella giusta considerazione i limiti di ciascuno.
La DIGNITÀ è il diritto di ciascuno ad essere rispettato, voluto bene, una persona alla quale riconoscere un posto nella società nella quale tutti viviamo senza discriminazioni ma pari diritti, una casa, la possibilità di avere il necessario per vivere in maniera adeguata. Guardare l’altro con uno sguardo benevolo, uno sguardo che tenga conto dell’altro come un fratello che condivide il mondo al quale tutti apparteniamo. Ciascuno è ricchezza per l’altro, ciascuno può donare un pezzetto della propria vita ai fratelli.
Perché, a suo parere, sui social la fragilità da una parte è bandita (pensiamo a chi vuole farsi vedere sempre felice), mentre dall’altra parte è usata, spesso malamente, per fare leva sui sentimenti umani ed attirare l’attenzione?
Trovo sia strumentalizzata, assolutamente non valorizzata, oserei dire disprezzata.
Carla, hai passato la vita ad “aiutare”, in che modo vuoi fare del bene attraverso la parola?
Fare del bene attraverso la PAROLA significa anzitutto ascoltare l’altro, fare spazio dentro di sé al vissuto, ai sentimenti, alle fatiche della persona che ci sta accanto, di fronte. Far sentire la nostra vicinanza ed empatia, riservare un posto a ciascuno, il posto che gli/le è dovuto e riconoscerle il valore che si merita solo per il fatto di essere in questo mondo, voluta ed amata dal nostro Creatore..
Il bene che ho sempre cercato di fare attraverso la mia parola è stato accogliere l’altro e restituirgli quel valore che gli spettava, che gli apparteneva dando incoraggiamento e quella dignità di cui si parlava più sopra. Siamo figli di un Re che ci ama al punto da essere morto sulla croce per ciascuno di noi, più di così……….
Il Dio dei fragili, il mio Dio, mi ha sempre tenuta nel palmo della Sua mano:
sia benedetto in eterno il Suo santo nome
Il libricino è stampato da MIMEP DOCETE di Pessano con Bornago ed è disponibile nelle parrocchie.