
“Wicked: For Good” il 19 novembre nelle sale italiane: l’editoriale di LUCIO LEONE
Lo ammetto: appena è uscito l’elenco di quello che sarebbe stato il cast di Wicked e il progetto del regista Jon M. Chu, ho avuto alcune perplessità. Pregiudizi? Mah, chiamateli come volete, del resto anche i critici sono uomini, soggetti a debolezze umane, e quindi sì, sulla base della propria esperienza, si fanno delle idee su quello che sarà un progetto artistico che in seguito vedranno. L’importante è che quando ti siedi in sala, queste idee si annullino e tu possa valutare ciò che vedi con onestà intellettuale.
Con Wicked appunto, è successo questo. Mi sono chiesto se Cynthia Erivo, magistrale Celie nel revival di The Color Purple, fosse la scelta giusta, considerato che Jennifer Hudson, una delle voci più belle dello showbiz americano (e sua coprotagonista a Broadway come Shug Avery), quando ha affrontato Memory in Cats al cinema, ti ha fatto venire voglia di avere un’amnesia. Possibilmente fulminante. Se Ariana Grande fosse in grado di cantare come richiesto dalla partitura e risultasse credibile in un ruolo che Chenoweth ha reso così suo. Una starlette di Nickelodeon che è diventata una popstar galattica con la coda di Mio Miny Pony e le orecchie da coniglietta? E soprattutto, la divisione in due film, aveva davvero un senso?
Due su tre erano proprio pregiudizi che sono felice siano stati smentiti. Perché il grande punto di forza, sia di Wicked I che della seconda parte nei cinema oggi, è stato il casting. La prima avvisaglia è arrivata con l’apertura: Glinda-Ariana che canta “The wicked’s lives are lonely/Goodness knows/The wicked die alone” ti dimostra come il suo personaggio stia in effetti parlando di se stessa, cosa che con l’incredibile mestiere e vis comica di Kristin e delle varie Glinde a seguire le sue orme, è più difficile capire. Ma quello sguardo, quella ripresa regalano una profondità alla lettura del ruolo per il quale si può solo essere felici. E proseguendo, della interpretazione di Cynthia Erivo che si può dire? Al netto dei video online del backstage in cui assistiamo al suo eventuale candidarsi per uno spin-off di Mission Impossible, attaccata penzoloni più o meno dovunque mentre si canta la qualunque (il film è registrato in presa diretta sul set dal vivo), la sua Elphaba è tenera, intensa, rompipalle, vulnerabile e determinata esattamente come dovrebbe. Il tutto condito da una performance vocale esaltante. E sì, che togliere Idina dalle orecchie e dalla testa era impresa non ardua, quasi… impossible, appunto.
Idem per gli altri attori: il mago di Jeff Goldblum, con relativa citazione di Chaplin e mappamondo nel Grande dittatore, il tutto negli anni di Trump? C’è della genialità. E Jonathan Bailey? capace di farti dimenticare le sue iconiche performance sia in Bridgerton che in Company a teatro, tanto è lui, proprio lui Fyero. A Michelle Yeoh finisci pure per perdonare qualche eventuale minor credibilità nella parte canora perché una attrice del suo calibro stracompensa con l’interpretazione. E a seguire anche Ethan Slater, Vanessa Bode… tutti giusti, tutti così “centrati”.

Però, però… ecco, su una cosa alla fin fine sono restato della mia idea. Dividere il titolo in due film credo abbia seriamente penalizzato il secondo. Perché a teatro il secondo atto di qualunque spettacolo è sempre più corto, meno interessante dal punto di vista della drammaturgia. Lì le cose semplicemente succedono, la storia trova il suo sviluppo galoppando verso la conclusione. E in Wicked è nel primo atto che conosci i personaggi, ti interessi di ciò che sta pian piano davanti ai tuoi occhi maturando ed evolvendo, e quindi ti appassioni alle dinamiche tra Elphie e Galinda-with-the-Gah; al loro rapporto; a quello di loro due con il principino figo e vacuo del liceo oggetto del desiderio; a come reagiscono all’autorità, alla politica, alla repressione e alla manipolazione; a come vivono le proprie aspirazioni e sogni, le proprie insicurezze e fragilità. E sul grande schermo il tutto prende vita ed è condito da una intelligente regia, attenta e ispirata, che ha saputo legare la fotografia, il montaggio, l’aspetto generale della pellicola, dalle scene ai costumi (splendidi, merito di Paul Tazewell, un Oscar per il suo lavoro che si può solo definire “inevitabile”).
Nella seconda pellicola di contro, puoi pure aggiungere due belle canzoncine in trepidante ricerca di nomination (di solito per quello le inseriscono: agli Academy Awards le canzoni devono essere inedite per essere elegibili), ma la magia del primo film manca. Tutto corre verso la fine. Un esempio – ma il particolare vale per il generale –: Elphaba va a trovare sua sorella? Ottimo, ma ti pare che un rapporto come il loro possa essere liquidato in uno scambio tanto veloce e solo per arrivare al pasticcio dell’una, al maldestro tentativo di soluzione dell’altra, due battibecchi tra sorelle e ciao-ciao “aspetta che prendo il primo lucernario e volo via”? Chiunque abbia esperienza di pranzi di Natale in famiglia, e noi italiani siamo grandi esperti in materia, sa che certe tensioni o malintesi tra congiunti durano molto, molto di più, anni addirittura, e con dinamiche molto, ma molto più interessanti.
Ma appunto, la storia deve correre e il loro rapporto si conclude così: non è una pecca di Wicked come titolo, ma una necessità drammaturgica che a teatro è evidente e logica, e che purtroppo, se decidi di dividere in due film un titolo compiuto e che funziona, non si poteva risolvere in altra maniera se non allungando ulteriormente la seconda pellicola e snaturando il focus che deve concludere quanto lasciato in sospeso dopo Defying gravity e ricollegarsi in qualche modo come prequel al Mago di Oz. In conclusione, se in un racconto il primo atto, o il primo tempo al cinema, hanno impostato le cose, complicandole, il secondo atto, o il secondo tempo, le risolvono. Se metti tutta l’attenzione solo sulle soluzioni, come di fatto è successo con un intero film in Wicked II: for good, be’, allora queste problematiche… diventano evidenti. Risultato: una prima parte del film scorre lenta e non cattura granché, e una seconda che si risolleva, ma solo in parte. No good deed e For good sono certamente brani meravigliosi, ma, ahimé, non bastano da soli a fare un film.
DI LUCIO LEONE

NDA: IL 21 settembre è uscita la colonna sonora: “WICKED: FOR GOOD THE SOUNDTRACK”,
Per ascoltare e acquistare “Wicked: For Good The Soundtrack”: https://isl.lnk.to/wickedforgood
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