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Dal 10 al 21 dicembrea MTM Teatro Litta, il debutto nazionale di “Il ritorno del Piccolo Principe”, spettacolo di e con Corrado d’Elia – liberamente ispirato all’opera di Antoine de Saint-Exupéry – e con Chiara Salvucci e Flavio Innocenti. Il Piccolo Principe torna sulla Terra, a ottant’anni dal suo primo viaggio. Ritrova un pianeta completamente cambiato, più rumoroso, più veloce, più fragile. E scopre che l’aviatore non c’è più: ad attenderlo, nel silenzio di un deserto che resiste al tempo, c’è suo figlio, ormai adulto, che non ha mai smesso di sperare in quell’incontro. 

Ho intervistato per voi Corrado D’Elia.

• Corrado, si potrebbe parlare di un Piccolo Principe 2.0?
È un Piccolo Principe che torna, più che un “2.0”. L’idea dell’aggiornamento tecnologico non rende fino in fondo ciò che mi interessa discutere. Il Piccolo Principe non è un personaggio da “aggiornare”, è uno sguardo sul mondo. Quello sguardo è rimasto lo stesso: limpido, radicale, capace di andare dritto all’essenziale.
Quello che cambia è il mondo intorno a lui. Il pianeta che ritrova è più rumoroso, più veloce, più affollato di immagini e di connessioni, ma spesso più povero di relazioni autentiche. In questo senso il ritorno del Piccolo Principe è un modo per guardare il nostro tempo con quella stessa innocenza spietata del libro originale. Non è la versione “moderna” di un classico, è il tentativo di capire cosa quel classico può dirci oggi.

• Perché la scelta di questo “continuum” con il testo del libro?
Mi interessava molto l’idea di un nuovo capitolo, non di una riscrittura. Il Piccolo Principe appartiene ormai a un territorio quasi sacro della nostra immaginazione collettiva, e non sentivo il bisogno di “rifare” il libro. Volevo piuttosto mettermi in ascolto del suo spirito e chiedermi: se tornasse oggi, dove andrebbe? Chi incontrerebbe? Come ci vedrebbe?
Il continuum nasce proprio da qui: il deserto è lo stesso, ma al posto dell’aviatore c’è suo figlio, ormai adulto. È un passaggio di testimone. L’infanzia di allora incontra l’età adulta di oggi. Questo incontro mi permette di parlare di memoria, di eredità, di cosa resta davvero delle storie che ci hanno cresciuti. E allo stesso tempo di interrogare il nostro presente senza tradire l’anima del libro.

• Il Piccolo Principe è ormai un’icona…Cosa ti affascina il romanzo originale e perché secondo te ha sempre un così grande richiamo?
Mi affascina il fatto che sia un libro piccolissimo e allo stesso tempo sconfinato. È un racconto che si può leggere a otto anni come a ottanta, e ogni volta restituisce qualcosa di diverso.
Mi colpisce la sua radicale semplicità: frasi brevi, immagini chiare, momenti quasi infantili che però aprono abissi sull’amicizia, sulla solitudine, sulla morte, sul senso della vita. Il libro non spiega, non moralizza, non ci mette in cattedra. Ci mette davanti a domande a cui ognuno è chiamato a rispondere.
Credo che il suo richiamo stia proprio qui: ci restituisce la possibilità di guardare il mondo con uno sguardo che avevamo, e che abbiamo un po’ perso. E ogni volta che ci torniamo, sentiamo che qualcosa di quel bambino che siamo stati è ancora vivo da qualche parte.


• Nel suo nuovo viaggio, il protagonista incontra nuovi personaggi e tocca nuovi pianeti: cosa ti ha ispirato per immaginarli?
Mi sono lasciato ispirare dal nostro presente. I nuovi pianeti e i nuovi personaggi sono figure che nascono dall’osservazione del mondo di oggi: la velocità che non ci lascia respirare, il culto dell’immagine, la solitudine dentro l’iper-connessione, la fatica di trovare un’identità stabile, il tema del femminile, la fragilità del pianeta.
Sono personaggi umani e animali, spesso in bilico, contraddittori, buffi e dolorosi allo stesso tempo. Non sono solo simboli astratti: portano dentro qualcosa che riconosco per strada, sui social, quando prendo i mezzi pubblici e nella vita quotidiana. Alcuni nascono chiaramente da incontri reali, da persone viste o incrociate, da domande che mi porto dentro da tempo. Il Piccolo Principe passa attraverso di loro e li mette a nudo, con quella dolcezza implacabile che gli conosciamo.

• Quanto è un viaggio universale e quanto lo è dentro se stessi?
Per me le due dimensioni coincidono. Il viaggio del Piccolo Principe è universale perché parla di temi che riguardano tutti: il tempo, l’amicizia, la cura, la responsabilità, la paura di perdersi. Ma allo stesso tempo è un viaggio profondamente interiore.
Il deserto che attraversiamo in scena non è soltanto uno spazio geografico, è uno spazio mentale, emotivo. Il figlio dell’aviatore è un personaggio, ma potrebbe essere ognuno di noi: un adulto che aspetta qualcosa da tutta la vita, che non ha smesso di credere che da qualche parte esista ancora un linguaggio capace di dirci davvero chi siamo.
Vorrei che lo spettatore, seguendo il viaggio esterno del Piccolo Principe, sentisse aprirsi anche un viaggio interno, molto personale, fatto di riconoscimenti, piccole ferite, memorie che riaffiorano.

• Il Piccolo Principe parla anche una lingua inventata, il Dadish…Mi torna alla mente il Grammelot di Dario Fo… Che “Lingua” è questa?
Il Dadish è una lingua inventata, certo, ma non è un puro gioco formale. È una lingua che affonda le radici nell’infanzia, in quei linguaggi segreti che i bambini si inventano per nominare le cose prima di imparare le parole “giuste”.
Ha una sua musicalità, una sua logica interna. Non è il Grammelot di Dario Fo, che nasceva da una ricerca precisa sulla tradizione comica e popolare, e aveva un forte valore satirico e politico. Il Dadish è più intimo, più fragile: è un luogo affettivo, un piccolo rifugio linguistico.
In scena diventa una forma di resistenza: in un tempo in cui il linguaggio pubblico è spesso leggero, gonfiato, volatile, il Dadish ricorda che le parole possono ancora custodire una verità profonda. È come se il Piccolo Principe dicesse: “Quando le parole di tutti sembrano consumate, io ne cerco di nuove, per dire le cose che contano davvero”.

• Tante le metafore ne Il Piccolo Principe. Ce ne vuoi ricordare qualcuna?
Le metafore del Piccolo Principe sono entrate nel nostro vocabolario emotivo. Penso alla rosa, naturalmente: è la metafora dell’amore, ma anche della fragilità, della responsabilità verso ciò che scegliamo di amare. Penso alla volpe e al verbo “addomesticare”, che non significa addomesticare nel senso comune del termine, ma creare legami, prendersi cura, farsi carico del tempo dell’altro.
Ci sono i baobab, che rappresentano tutto ciò che, se non viene riconosciuto e affrontato in tempo, rischia di invadere e distruggere il nostro piccolo pianeta interiore. E poi le stelle, che sono memoria, consolazione, promessa di una presenza che continua anche quando non è più visibile.
Nel mio spettacolo queste metafore non vengono semplicemente citate: ritornano trasformate, filtrate attraverso nuovi personaggi e nuove situazioni. È come se il Piccolo Principe portasse con sé il bagaglio del primo libro, ma lo usasse per leggere il presente.

• Cosa è invisibile agli occhi oggi?
Oggi rischiano di essere invisibili molte cose che un tempo avevano un peso diverso: il silenzio, per esempio. Il tempo non occupato, non monetizzato, non reso produttivo. L’ascolto vero dell’altro, che richiede lentezza, attenzione, disponibilità a lasciarsi modificare da ciò che l’altro porta.
È invisibile spesso la fragilità, nostra e altrui: preferiamo mostrarci efficienti, performanti, costantemente all’altezza, e facciamo fatica ad ammettere che abbiamo bisogno di cura. È invisibile il desiderio profondo, sommerso da mille desideri superficiali che si accendono e si spengono in fretta.
Il Piccolo Principe continua a ricordarci che l’essenziale non coincide con ciò che è più visibile, più rumoroso, più esposto. E questo mi sembra oggi, forse, ancora più urgente di ieri.

• Senza anticipare troppo, cosa vedremo in scena? Chi ci sarà e come hai immaginato l’impianto scenico?
In scena ci saremo Chiara Salvucci, Flavio Innocenti ed io. Il cuore dello spettacolo non è la relazione: quella tra il Piccolo Principe e il figlio dell’aviatore, quella tra i personaggi incontrati nel viaggio, quella tra gli attori e lo spettatore. L’impianto scenico nasce da un’immagine molto precisa: un grande praticabile che è allo stesso tempo un pianeta e il deserto. Una piattaforma sospesa, quasi un’isola nello spazio, che dà l’idea di un luogo che non appartiene del tutto alla Terra. È un terreno che può essere morbido o impervio, lontano o vicinissimo, e che cambia natura a seconda della luce. Intorno, il teatro è nudo, attraversato solo da pochi segni essenziali: la luce che scolpisce orizzonti e distanze, il suono che evoca luoghi, presenze, e a volte assenze. Il vuoto diventa nello spettacolo un valore: vorrei che lo spettatore avesse la sensazione di entrare in un altrove: un luogo dove il tempo si dilati, la scena respiri, e il vuoto non sia mancanza, ma possibilità. Un vuoto fertile in cui la parola, il corpo e il silenzio possano risuonare e lasciare tracce, come nel vero deserto.

• Debutto nazionale: hai già pensato a un tour?
Qualche data la faremo già nei primi mesi del 2026. È uno spettacolo pensato per parlare a pubblici diversi, in contesti diversi, e ci piacerebbe portarlo in giro per l’Italia, nei teatri ma anche, quando possibile, in luoghi non convenzionali.

COMUNICATO STAMPA

Teatro Litta (corso Magenta 24, Milano)

da martedì a sabato ore 20.30 – domenica ore 16.30
intero € 30,00 – convenzioni € 24,00 – ridotto Arcobaleno (per chi porta in cassa un oggetto arcobaleno) € 24,00 – Under 30 e Over 65 € 17,00 – Università € 17,00 – scuole di Teatro € 19,00 – scuole civiche Fondazione Milano, Piccolo Teatro, La Scala e Filodrammatici € 11,00 – Scuole MTM € 10,00 – ridotto DVA € 15,00 tagliando Esselunga di colore ROSSO

Durata: 60 minuti

Info e prenotazioni biglietteria@mtmteatro.it – 02.86.45.45.45

Abbonamenti: MTM Ritrovarsi a volare, MTM Ritrovarsi a volare Over 65, MTM Ritrovarsi a volare Under 30 x4 spettacoli, MTM Corrado d’Elia x4 – valido fino al 21/12/25

Biglietti sono acquistabili sul sito www.biglietti.mtmteatro.it e sul sito e punti vendita Vivaticket.  I biglietti prenotati vanno ritirati nei giorni precedenti negli orari di prevendita e la domenica a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.