
In questi giorni, mi è capitato di leggere il testo dell’Udienza agli artisti e curatori dell’incontro “L’arte della possibilità: tessere insieme”, promosso dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, che Papa Leone XIV ha tenuto il 2 ottobre.
Il rapporto tra il Papa e gli artisti è una lunga tradizione di dialogo tra la Chiesa e il mondo della creatività.
Papa San Paolo VI (1964) il 7 maggio 1964 celebrò una celebre Messa con gli artisti in cui pronunciò il famoso appello: “Noi abbiamo bisogno di voi… voi siete maestri”, mentre Papa Benedetto XVI (2009), il 21 novembre 2009, incontrò nella Cappella Sistina circa 300 esponenti del mondo dell’arte (pittura, scultura, musica, letteratura e cinema), ribadendo l’amicizia storica tra la Chiesa e l’arte.
Papa Francesco (2023), il 23 giugno 2023 ha radunato numerosi artisti nella Cappella Sistina in occasione del 50° anniversario della Collezione d’Arte Moderna dei Musei Vaticani, invitandoli a non dimenticare i poveri e a dare voce a chi non ce l’ha.
Ma la più famosa, che amo spesso citare, è la Lettera agli artisti, lo storico documento scritto da Papa Giovanni Paolo II e pubblicato il 4 aprile 1999 (giorno di Pasqua).
Si tratta di uno dei testi magisteriali più importanti ed evocativi sul dialogo tra la Chiesa cattolica e il mondo dell’arte.
Già mi immagino la perplessità di alcuni tra voi. Ebbene sì, per secoli, intere categorie di artisti – in particolare attori, commedianti, mimi e saltimbanchi – sono state private della sepoltura in terra consacrata, venendo spesso seppellite di notte, “fuori dalle mura” dei cimiteri o in terreni sconsacrati, a causa del pregiudizio ecclesiastico sulla loro professione.
Sono d’accordo ed è anche vero che non c’è stata nessun J’accuse ufficiale da parte della Chiesa per questa funesta tradizione, che si aggiunge a tante altre.
Resta però la svolta del Concilio Vaticano II: con la costituzione Gaudium et Spes (1965), la Chiesa ha riconosciuto l’autonomia delle espressioni artistiche e il valore sociale del teatro e del cinema, abbattendo definitivamente i vecchi canoni punitivi.
Inoltre, ricordo le parole di Paolo VI agli artisti (1964): Nel discorso che ho citato in apertura, Paolo VI ammise apertamente che il legame si era spezzato anche per colpa della Chiesa: «Vi abbiamo fatto tribolare… vi abbiamo imposto la cappa di piombo dell’osservanza… vi abbiamo talvolta trattato da sospetti», il primo vero riconoscimento pubblico del torto culturale inflitto agli artisti.
Oggi, il superamento è talmente radicale che proprio a Roma esiste la Chiesa degli Artisti (Santa Maria in Montesanto), dove da decenni si celebrano i funerali delle più grandi personalità dello spettacolo e della cultura, trattati con i massimi onori della liturgia cattolica.
Sarebbe troppo lungo, in questa sede, elaborare un quadro sinottico coerente del rapporto tra Chiesa ed arte, ma vorrei tornare al testo dell’Udienza agli artisti e curatori dell’incontro “L’arte della possibilità: tessere insieme”, citato all’inizio.
Come al solito, le parole non sono scelte a caso e il titolo “Tessere insieme” è particolarmente evocativo.
Il verbo tessere deriva dal verbo latino tĕxĕre (intrecciare trama e ordito al telaio), risalente a una radice indoeuropea che esprime l’atto di congiungere o intrecciare.
Ma partiamo dal sostantivo. Da una parte, la Tessera era, nell’antica Roma, un piccolo dado o tavoletta di osso, legno o metallo usata come contrassegno, non solo per il ritiro del grano, ad esempio, ma anche gettone per il teatro.
Inoltre, la tessera era il piccolo pezzo cubici di pietra o pasta vitrea utilizzati per comporre i mosaici.
Anche oggi, l’abbonamento a teatro o al supermercato, si fa con una tessera, magari virtuale.

Il verbo tessere, che, come abbiamo visto, significava e significa intrecciare trama, si “incastra” perfettamente con il teatro, dal “canovaccio” della commedia dell’arte, alla struttura degli eventi di un’opera, che, se per i libri si chiama proprio intreccio, diventa “copione” in teatro, per l’antica abitudine di redigere a mano le copie di un testo teatrale.
“Tessere” in teatro, riguarda poi l’aspetto materico del sipario e dei costumi, ma anche, spesso delle scenografie, che anticamente e qualche volta oggi, come nella danza, erano dipinte su teli.
L’Artista è maestro di intrecci: non solo perché tesse relazioni, nella compagnia e con il pubblico, ma anche nella vita, quell’erlebnis che lo rende ciò che è, quel vissuto che gli offre emozioni, sensazioni, esperienze per costruire se stesso e il personaggio.
In particolare, Papa Leone interviene sulla querelle tra Intelligenza Artificiale e Creatività:
“Viviamo nell’epoca dei motori di ricerca, che in un secondo ci offrono migliaia di risposte. Ma essi, per quanto potenti, restituiscono ciò che già esiste, e tendono a darci ciò che già vogliamo. Nell’età della tecnica e del consumo il grande pericolo non è più soltanto la censura, ma l’appiattimento; non solo il silenzio imposto, ma il rumore che rende impossibile ascoltare. L’arte è un altro genere di “motore di ricerca”. Non procede per indicizzazione, ma per interrogazione. La sua domanda è un’attenzione tesa, che non si accontenta della mera somma dei fatti, perché non smette di scavare più in profondità, cercando la trama che li unisce. La vostra arte, quando resiste all’appiattimento, quando rallenta lo sguardo, quando costringe a sostare davanti a ciò che non si lascia consumare, è una forma di rigenerazione culturale e spirituale. Udienza agli artisti e curatori dell’incontro “L’arte della possibilità: tessere insieme” promosso dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, 02.10.2026 PAPA LEONE
Non solo il Vaticano sta prendendo posizione riguardo all’Ai: scrittori ed artisti, particolarmente “illuminati” e che usano i nuovi strumenti con parsimonia, si stanno esponendo a riguardo e sarebbero troppi da analizzare in questo editoriale (ma sono comunque aperta ad un confronto con chi volesse contattarmi per darmi il suo parere).
In questi giorni, per quella serie di coincidenze che coincidenze non sono mai, sto leggendo il primo romanzo di Selene Calloni Williams, “Cacciatori di Anime”, che ci dà uno spunto interessante: l’IA può occuparsi dei compiti logici, ripetitivi e intellettuali, sollevando l’essere umano dalla fatica del calcolo e della meccanicità.
Liberando tempo dal lavoro puramente mentale, l’intelligenza artificiale offre l’occasione di risvegliare facoltà primitive e intuitive del cuore — che lei definisce poteri Auran (legati al tempo delle origini e dell’aurora), come l’immaginazione, la visione e la presenza profonda.
Per una serie di intrecci del Fato, inoltre, ieri ho ricevuto un video da parte dell’autore teatrale Marco Grieco, che vi invito a guardare e che fa un ragionamento molto simile al mio.
QUI IL VIDEO https://www.facebook.com/reel/1277948341182613
Grieco afferma: “Siamo tutti, in qualche modo, il risultato delle opere che ci hanno attraversato. Ma conoscere milioni di vite non significa averne vissuta una.
Conosco a fondo le potenzialità e i meccanismi dell’Intelligenza Artificiale. E in questo video c’è ciò che penso di lei quando è usata pesantemente non come strumento ma sostituendosi a chi crea, in ambito artistico.
La bellezza di un’opera e il valore della persona che l’ha ideata e realizzata sono due aspetti che non dovremmo mai smettere di voler conoscere…
Tutto il resto, come diceva qualcuno prima di me, è noia”.
Trait d’union tra scienza e creatività, Emiliano Toso biologo molecolare, pianista e compositore, noto per aver unito la ricerca scientifica alla musica, afferma nei suoi libri e nelle sue conferenze che la scintilla per scrivere i suoi brani arriva nella sua mente come un flusso da destra, ricordando la “dettatura” di dantesca memoria (“I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’ei ditta internamente vo’ significando.”)
Forse sta qui il limite della AI: conosce milione di vite, ma non ha vissute nessuna.
Continua Papa Leone: “In modo particolare in quest’era dell’intelligenza artificiale, nel quale diventa urgente distinguere l’arte umana da ciò che viene prodotto dalle macchine. C’è una differenza ontologica, prima ancora che estetica, tra l’arte e ciò che una macchina può generare per calcolo statistico a partire da milioni di immagini altrui. Agli algoritmi manca la scintilla dell’umano. «La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla» (Enc. Magnifica humanitas, 122).”
L’avvento della Ai può essere utile in tante cose: possiamo delegare all’intelligenza artificiale quei compiti di database, scrittura testi dalle foto, estrazione di dati da tabelle, tutte quelle mansioni che ci hanno sempre fatto perdere tempo e lo hanno tolto alla nostra creatività.

Ma la macchina non avrà mai vissuto emozioni, sensazioni, ricordi, nostalgia, gioia, felicità, amore. Non avrà mai pianto, non avrà riso.
Non lasciamola prendere il sopravvento sulla scintilla divina che abbiamo in noi. Non avrà vissuto intrecci di relazione, non ha sentito il fiato dell’attore e del pubblico, non ha sentito il battito del cuore che risuona all’unisono con un altro.
L’Ai potrà intrecciare dati, ma non le dita delle nostre mani.
L’Ai potrà attingere da milioni di info, ma non guarderà negli occhi di un altro.
Perché l’AI non avrà la nostra anima, non ne è dotata e noi non gliela lasceremo prendere. Mai.
NB: Questo editoriale è un esempio pratico dell’uso dell’AI per un ragionato scouting editoriale, per ricercare dati, come l’elenco dei Papi che hanno parlato degli artisti, e per la rappresentazione grafica del testo con le immagini.